lunedì 20 dicembre 2010

Il cervello è il nostro operaio.

La qualità delle domande che ci poniamo quando abbiamo un problema determina la qualità delle azioni che vengono compiute per risolverlo.

Spesso, anzi spessissimo, le persone che si trovano in difficoltà, senza rendersene conto, si pongono questa domanda autolesionistica: perché ho questo problema?

Formulare una domanda iniziando con “ perche ?” mentre ci si trova in una situazione di difficoltà non fa altro che aggravare il problema stesso poichè invita il cervello a lavorare nella direzione sbagliata. Come vedremo, scavare nel passato alla ricerca delle possibili cause non è per niente utile a risolvere i problemi.

Sarete tutti d’accordo nel sostenere che quello di cui si ha bisogno, quando si ha un problema, è di trovare al più presto una soluzione.

Facciamo allora l’esempio di un semplice mal di testa e vediamo come più conviene agire per farlo passare.

Se ci si domanda perché lo si ha, il cervello si mette all’opera per fornire spiegazioni sulle possibili cause…trovando risposte come: sei stressato, hai mangiato male, hai lavorato troppo, troppa tv… e quant’altro. Potrebbe andare avanti per ore a trovare cause persino bizzarre e come spesso accade, mentre è intento a trovare le più attendibili, il mal di testa rimane lì.

Se invece ci si domanda: “come posso far passare il mio mal di testa?”. Il cervello si mette subito all’opera e ti fornisce risposte come: prendi l’aspirina, fai yoga, fatti un sonnellino. E sarete d’accordo che solo facendo qualcosa all’indirizzo di una soluzione suggerita è possibile ottenere il risultato sperato.

Se durante la vostra attività sportiva vi trovate di fronte ad un problema da risolvere fate attenzione alle domande che vi ponete e chiedetevi sin da subito:” come posso risolverlo? Anziché “ perché ho questo problema?”. Vi conviene!

Il cervello è il vostro operaio instancabile che farà sempre quello che gli chiederete di fare. Scegliete bene cosa fargli fare così potrete davvero apprezzarlo per quel che vale.

lunedì 31 maggio 2010

L’allenamento mentale

Durante un normale ciclo di allenamenti, nel cervello di un giocatore viene registrato tutto quello che - di volta in volta –succede nel suo organismo; ed è proprio il prezioso contenuto di quelle “registrazioni” a consentire al giocatore un progressivo miglioramento.
Ma poiché il cervello non fa distinzione tra le esperienze reali e le esperienze vividamente immaginate, ecco che diventa interessante sapere che è possibile migliorare le proprie prestazioni anche senza fare –fisicamente – allenamento.

Vi è mai capitato di immaginare di litigare con qualcuno e ritrovarvi “irrigiditi” dalla rabbia ?
Questo è un esempio di come il corpo si adegua al contenuto dei nostri pensieri, anche quando ciò che si immagina non sta veramente accadendo.
L’ allenamento mentale sfrutta questo meccanismo, ed è in grado di sviluppare gli stessi processi fisiologici che concorrono in un allenamento reale.

Un buon allenamento mentale, dunque, è importante perché arricchisce il cervello con le informazioni che coordinano la fisiologia; migliorando le successive “reali” prestazioni.
L’allenamento mentale non sostituisce l’allenamento fisico ma ha il grande vantaggio di poter essere effettuato in ogni luogo. Inoltre, consente di ripetere specifiche sequenze dei gesti molto rapidamente, un numero illimitato di volte…e senza “consumare” il fisico.

Tutti sanno che un gesto tecnico sarà corretto ed automatico solo dopo un gran numero di ripetizioni; e se per tirare realmente 20 calci di punizione è necessario - tra rincorse e posizionamenti - circa un’ora di tempo, si pensi che in un’ora, mentalmente, si possono tirare più di 200 punizioni perfette … anche dal divano di casa.

sabato 15 maggio 2010

Il movimento delle emozioni

Uno degli esercizi più veloci ed efficaci, usato nel mental training per produrre cambiamenti, è quello relativo al movimento delle emozioni.
Nel provare un’emozione è molto facile riuscire ad indicare il punto del corpo in cui la si sente. La paura, ad esempio, la percepiamo quasi tutti nello stomaco o nel petto. Ma più importante di capire dove l’emozione si manifesta, è capire in che senso l’emozione “gira”.

Si esattamente! Le emozioni che proviamo nel corpo non sono e non possono rimanere ferme, ma ruotano continuamente. Possono ruotare dal basso verso l’alto, dall’alto verso il basso da destra verso sinistra o viceversa.
Le emozioni girano, e non è un caso se quando ci si arrabbia molto si usa dire: “oggi mi girano proprio”.
Scoprire il senso di rotazione delle emozioni – soprattutto se negative – rende possibile variarne la velocità di rotazione e invertirne il senso. Nella stessa persona, infatti, spesso le emozioni positive girano esattamente al contrario di quelle negative.
Per capire il senso di rotazione di un’emozione - mentre la si sta provando - basta semplicemente far ruotare le mani: prima in un senso e poi nell’altro…e stabilire quale senso di rotazione viene percepito come “giusto”. A questo punto è possibile immaginare che l’attuale velocità possa aumentare o diminuire oppure possa anche cambiare il senso di rotazione.

Lo scopo di cambiare il senso di rotazione di un’emozione negativa è quello di annullarne gli effetti limitanti.
Quando un giocatore limita la sua performance proprio perché prova un’emozione negativa, spesso aiutarlo a cambiare il senso di rotazione di quell’emozione gli consente una ripresa che ha del “miracoloso”.

Per provare da soli se funziona, la prossima volta che vi gira la testa, magari per una sbronza, osservate da che parte sta girando tutto quello che vi circonda… e cominciate a farlo girare per qualche minuto in senso contrario. Molto velocemente. Questo può bastare a farvi tornare a casa molto più lucidi di prima.

lunedì 3 maggio 2010

Le domande: un potente strumento per il Coach

Tutti sanno che i pensieri di un giocatore, quando è in campo, determinano il suo rendimento; e proprio per questo, quando gioca limitato dai suoi stessi pensieri, è indispensabile, per un coach, poter intervenire e dirigere l’attenzione di quel giocatore verso pensieri più potenzianti.

Per riuscire in questo intento, il coach, ha uno strumento semplice, immediato e molto potente: le domande.
Quando una domanda raggiunge le nostre orecchie, il nostro cervello inevitabilmente comincia a cercare, nell’archivio delle nostre precedenti esperienze, una risposta… e per far ciò deve trascurare quello che stava pensando in quel momento.
E’ questa, dunque, la funzione più interessante delle domande: dirigere l’attenzione.

Mentalmente è impossibile astenersi dal rispondere ad una domanda, ma è bene sapere che solo domande di qualità stimolano risposte di qualità, e che domande banali ottengono solo risposte banali.

Basta rispettare alcune regole per formulare domande di qualità. Tra queste, la più importante da tenere in considerazione, in un evento negativo, c’è quella di cominciare le domande con “Come…? “ invece di “ Perché…?”
Una buona domanda - ad esempio - è : “ Come posso migliorare questa situazione ?”,
mentre una pessima domanda sarebbe: “ Perché sono in questa situazione ? “ .
Chiedersi “perché”, spesso consente di ottenere solo una inutile giustificazione o, talvolta, un’accusa.

Capire perché si è commesso un errore può essere importante per evitare di commetterlo nuovamente, ma non è la domanda giusta da porsi quando si è alla ricerca di un rapido rimedio per ciò che sta capitando.

La prossima volta che vi capita di notare uno sbaglio, fate caso al tipo di domanda che ponete. E se comincia con “Perché…?”sostituitela con una che comincia con il “ Come…?”
La differenza vi sorprenderà.

lunedì 26 aprile 2010

Le mosse vincenti dei campioni:

Visualizzazione dell’obiettivo raggiunto

Oltre la capacità di condizionare la propria fisiologia e quella di organizzare un dialogo interiore positivo, i campioni si distinguono dagli altri per come organizzano i contenuti delle loro visualizzazioni.
Visualizzare significa guardare con l’occhio della mente. Tutti possiamo farlo…e inevitabilmente lo facciamo quando, ad esempio, ci viene chiesto di ricordare il colore di un oggetto che conosciamo.

Comunque, ciò che è interessante della visualizzazione è che ci permette di vedere anche quello che ancora non c’è… consentendoci di organizzare al meglio il nostro comportamento al fine di realizzarlo.
Pensate agli architetti: possono visualizzare interi quartieri su terreni in cui sopra non c’è ancora niente. Ed è proprio questo tipo di visualizzazione quella che ci interessa nel calcio: quella rivolta a risultati futuri.
Esser consapevoli di poter visualizzare è importante, ma lo è ancor di più organizzarne il contenuto con immagini allettanti.

Visualizzare una situazione di pericolo, infatti, anche quando il pericolo non c’è, ci può bloccare; oppure può spingerci ad andare dalla parte opposta. Ma se nei contenuti di ciò che visualizziamo introduciamo qualcosa di allettante, ne verremo fortemente attratti e questo concorrerà positivamente a programmare il nostro comportamento per farcelo ottenere.
Quello che succede nella testa dei campioni è proprio questo: rappresentano vividamente immagini in cui hanno già ottenuto ciò che vogliono, così, di riflesso, si ritrovano con la giusta coordinazione e motivazione per ottenerlo.

Nel breve tempo di un cross dal fondo, i campioni, si vedono staccare più in alto di tutti e insaccare con un’ energico colpo di testa.
Qualcun altro, nella stessa situazione potrebbe vedersi con i guantoni del portiere premuti sul volto e di riflesso produrre un irrigidimento muscolare su tutto il corpo.

Certo! Nessuno può prevedere il futuro esattamente come si presenterà e proprio per questo possiamo scegliere di visualizzarlo in anticipo, rendendolo favorevole ai nostri obiettivi.

Nel dubbio su come gli eventi potranno manifestarsi conviene sempre scegliere di visualizzare il risultato a noi più favorevole…proprio come già fanno i campioni.

lunedì 19 aprile 2010

Le mosse vincenti dei campioni:

Il dialogo interiore positivo.
Se nel precedente articolo abbiamo parlato di come sia possibile condizionare i propri pensieri, attraverso la postura del corpo, in questo parleremo della seconda capacità caratteristica dei grandi campioni: gestire il dialogo interiore.

Tutti abbiamo un dialogo interiore: si tratta di una vocina che talvolta ci parla, ci canta, ci urla o ci sussurra parole…e che a seconda di come lo fa contribuisce a stimolarci o a frenarci nelle intenzioni.

Se anche voi volete sentire la vostra voce interiore, potete ascoltare ciò che vi dice rimanendo per 20 secondi in totale silenzio. Provate!

In molti sanno di averla, perciò questa prova sarà molto utile per coloro che devono scoprire di averla e sentirla per la prima volta.
Poi ci sono anche quelli che fanno la prova dicono a se stessi: “Mah…booooh…io non sento niente!?”.
Questi sono quelli che preferisco dato che non sapranno di averla perché è proprio la voce interiore a estraniarli da questa consapevolezza. Ma non è niente di grave…anche per loro c’è la possibilità di divenirne coscienti.

Comunque, l’utilità del dialogo interiore, non sta solo nel fatto di sapere che la voce c’è, ma nel fatto che- sapendo che c’è- si può imparare a gestirne i contenuti e le caratteristiche; affinché diventi una voce amica che contribuisce a ottenere i risultati voluti… piuttosto che il contrario.

Delle tante cose che si possono modificare nella voce interiore, quella più semplice da apprendere, (onnipresente nel dialogo interiore dei grandi campioni), è quella di caratterizzarla con parole che rappresentano uno stato positivo.
Poiché il nostro cervello rappresenta “letteralmente” le parole che sentiamo o che ci diciamo dentro, se in queste parole il contenuto è inerente ad una situazione negativa o sfavorevole alle nostre intenzioni il corpo si adeguerà a quel contenuto e produrrà, di riflesso, una fisiologia negativa che ostacolerà il raggiungimento dell’obiettivo.

Provo a spiegarmi in altro modo: Se, dovendo tirare un rigore, dite a voi stessi “questo non lo posso sbagliare” il vostro cervello dovrà prima di tutto rappresentare voi che sbagliate quel rigore ( dunque crea anche sensazioni e immagini di voi che sbagliate ). La fisiologia è condizionata dai pensieri e quindi istantaneamente verrà prodotta in voi la stessa postura fisica di quando - una volta - avete commesso l’errore che non volete commettere … e perciò, con molta probabilità, lo commetterete ancora.

Provate se ciò che dico è vero: Provate a NON PENSARE a ciò che vi dirò ora:
“NON PENSATE AD UN PALLONE BLU “.
Impossibile vero? E’ impossibile non pensarci, poiché per negarvi il pensiero del pallone blu dovete- per forza- prima immaginarlo.

Ecco dunque che cosa caratterizza il dialogo interiore dei campioni. Usano solo parole che rappresentano situazioni con esito positivo e quando sono in procinto di tirare un rigore dicono cose del tipo: “ Adesso segno!”, oppure, “lo tiro lì”.

Cambiare il proprio modo di dialogare con se stessi non è semplice ed immediato e richiede esercizio…ma, proprio per questo, chi riesce a cambiarlo fa quel qualcosa di straordinario che verrà riconosciuto come degno di un vero campione.

giovedì 15 aprile 2010

Le tre mosse vincenti dei campioni

L’atteggiamento mentale dei grandi giocatori – quelli che tutti definiscono “veri campioni “- è costituito da tre elementi fondamentali:
1- Il condizionamento fisiologico - 2-Il dialogo interiore positivo 3- La visualizzazione dell’obiettivo raggiunto.

In questo articolo vi illustrerò il primo punto: cosa significa cambiare fisiologia.
Sappiamo tutti benissimo che il nostro corpo è coordinato – nei movimenti e nella postura - dal nostro cervello. In altre parole, tutto quello che facciamo viene, in qualche modo, prima elaborato dalla testa… per poi essere manifestato dal corpo. Infatti , siamo tutti in grado di capire se qualcuno è triste o è felice semplicemente osservando il suo comportamento e le sue espressioni.
Ci sono, dunque, delle manifestazioni fisiche che rispecchiano quello che abbiamo in testa e questo significa che tutto quello che ci balena in testa determina un risultato – osservabile - nella nostra postura.

Detto questo, è logico pensare che per passare da una condizione di tristezza a una condizione di felicità è necessario cambiare ciò che si pensa .
Ma lo sapevate che, se avere in testa pensieri tristi produce una postura caratteristica di chi è triste, cambiando postura e assumendo quella di quando si è felici nel cervello si annulla l’effetto della tristezza e si produce la sensazione di felicità ?

Non vi sembra possibile? Allora fate quello che vi suggerisco e provate se è vero!
Pensate a qualcosa che vi rattrista fino a rattristarvi e poi ( imponetevi questo compito) cominciate a saltellare e, contemporaneamente, a battere le mani ( saltellare e battere le mani è un esempio di comportamento felice ). E provate in tutti i modi a mantenervi tristi… mentre saltellate e battete le mani.

Se non avete voglia o tempo per farlo, risparmiatevelo pure…tanto non ci riuscireste.
Constaterete che il cervello non riesce a mantenersi in uno stato di tristezza se il corpo comincia ad assumere una postura che non corrisponde a quello stato. Ciò significa che anche il cervello si adegua.

E questa dunque una delle capacità che si riscontra nei campioni: costringere il proprio corpo ad assumere la postura tipica di quando rendono al meglio; per condizionare i loro pensieri e attingere totalmente alle risorse utili a raggiungere lo scopo

Se avete fatto l’esercizio o se vi siete convinti che tutto ciò è possibile, vi siete impossessati di un’altro modo per intervenire sullo stato d’animo; e ora avete a disposizione un’arma potentissima per produrre lo stato d’animo più utile alle circostanze che dovete affrontare. Perciò quando ciò che pensate o che fate non è favorevole al raggiungimento del vostro obiettivo potete scegliere tra queste due opzioni: o cambiare il contenuto dei vostri pensieri, o cambiare la vostra postura. In entrambi i casi si produrrà un atteggiamento mentale potenziante.

Perciò se trovate troppo difficile condizionare i vostri pensieri, ora sapete che potrete sempre agire sul fisico… e obbligarlo a fare qualcosa che non corrisponde a ciò che la vostra testa pensa. Naturalmente, ciò và fatto se siete voi stessi a desiderare uno stato d’animo più utile alle circostanze che state vivendo.

Per fare un esempio, prendiamo lo stato mentale di un giocatore affranto perché la sua “velina” l’ha lasciato. Possiamo facilmente immaginare che i suoi – anche se comprensibili- pensieri fissi sui “ perché?…perchè proprio adesso, perché proprio a me? “ non gli consentiranno una fisiologia utile nel giorno di una partita; e ciò significa che se avrà intenzione di presentarsi in campo per dare il meglio di se dovrà, per forza, o cambiare il contenuto dei suoi pensieri (cosa molto difficile ) o condizionare la sua fisiologia adottando la postura più indicata allo svolgere il suo ruolo, che, come abbiamo appena detto, gli consentirebbe di condizionare anche i propri pensieri.

Le possibilità, dunque, ci sono, e sapere che ci sono è già di per se molto importante per chi si ritrova “mentalmente incastrato” e non sa che fare per affrontare al meglio l’impegno che deve sostenere.
Spesso “l’incastro” si risolve considerando possibile condizionare ciò che si pensa semplicemente modificando la propria postura.

Tutti vogliono condizionare i propri pensieri quando vogliono cambiare la sensazione che provano…e questo che abbiamo appena visto è un modo –pratico -per farlo.

Riassumendo: se è vero che un pensiero produce una specifica fisiologia, è vero anche che acquisire una fisiologia “diversa”da ciò che si pensa condiziona il pensiero che la originava.

In definitiva, quando si ha bisogno di uno specifico stato d’animo si può imparare, sia a dirigere i propri pensieri fino ad ottenerlo ( e per questo ci sono esercizi che tutti possono imparare), oppure si può imparare a condizionare la propria postura ( con altri tipi di esercizi ), che consentono di ottenere lo stesso risultato.
Queste sono le semplici cose che i campioni fanno, e sono anche le semplici cose che quelli che vogliono diventare campioni possono imparare.

sabato 10 aprile 2010

Per farsi capire: entrare in sintonia

Se pensate che i caratteri opposti si attraggono, oggi potrete conoscere un’altra verità! Che gli opposti si attraggono è vero solo per i poli delle calamite e non lo è di certo per gli esseri umani. Per darvi una dimostrazione di questo, immaginate due persone diametralmente opposte: una a cui piace il mare e l’altra la montagna; una a cui piace uscire, l’altra stare a casa; una frequentare luoghi affollati come gli stadi, l’altra stare in solitudine; una leggere, l’altra ascoltare musica a tutto volume…

Beh! due persone così è molto probabile che non si incontreranno mai e, se mai dovesse capitare, l’unica cosa che li accomunerà sarà il fatto di ignorarsi a vicenda…per “divergenza di interessi”.
Solo le persone uguali si attraggono, e solo le persone uguali innescano una relazione che gli consente di ascoltare ed essere ascoltati…quindi comunicare.

Lo so! ci sono milioni di persone che dichiarano di sentirsi attratte solo da persone totalmente diverse da loro, (e per le quali regolarmente litigano ) ma questo, semplicemente, succede perché ignorano totalmente la maggior parte delle uguaglianze che li accomuna ( e per le quali si sentono attratti) e si focalizzano solo sulle differenze.
Le persone diametralmente opposte non litigano mai, perché ognuna –indirettamente - rispetta la scelta dell’altro…desiderando l’opposto. Ciò significa che non c’è possibilità che due persone totalmente diverse litighino perché si ignoreranno per sempre.

Quindi anche nelle relazioni di squadra ( tipo Dirigenti con Allenatore, Allenatore con i giocatori, Giocatori con Giocatori ) c’è sempre un interesse comune tra i membri che la compongono; e perciò diventa indispensabile che ogni tentativo di comunicazione sia preceduto dalla sintonia.
Solo chi è in grado di “sintonizzarsi” sugli altri otterrà ascolto e credibilità.

Le persone che meglio di altre riescono –naturalmente - ad entrare in sintonia con chi comunicano sono quelle che si concentrano sulle uguaglianze e ne sottolineano gli aspetti.
E gli altri? Gli altri possono sempre imparare come si cambia e far proprio il comportamento più conveniente.
Ad ogni persona piace chi è come lui. È forse vero che almeno una volta nella vita avete pensato che se vi foste “ sdoppiati” avreste potuto contare su di un collaboratore formidabile?
Tutti consideriamo “molto in gamba” chi ci assomiglia il più possibile…al punto che il massimo sarebbe se fosse come il nostro riflesso in uno specchio.

E voi che tipo siete? Fateci caso facendo questo semplice esercizio: “ Che cosa notate come prima cosa guardando, allo stadio, nella tribuna di fronte?…la maggior parte delle maglie di uno stesso colore oppure quella che in mezzo alle altre spicca per diversità?”
Questo è un modo semplice per constatare che tipo di atteggiamento avete; e se capite di avere la tendenza a notare le differenze, e applicate questa tendenza alle parole della persona che avete di fronte, allora avete scelto il percorso più difficile che esista per essere ascoltati e riuscire nell’intento di comunicare qualcosa.

Uno degli accorgimenti del buon comunicatore è l’attenzione per le uguaglianze tra se e la persona con cui comunica; per mantenersi sempre in sintonia, ottenere ascolto e raggiungere il fine della propria comunicazione.
Un termine che spesso usiamo per definire qualcuno che è entrato in sintonia con noi è: “ simpatico”.

Pensateci: ascoltate mai i consigli di chi vi è simpatico? Ascoltarli non vuol dire applicarli, dato che anche un simpaticone potrebbe darvi un consiglio che voi ritenete sbagliato; ma di sicuro lo ascoltate quando parla e se poi vi dà un buon consiglio allora è fatta!
Vi è mai capitato- invece - di ricevere consigli da qualcuno che vi è antipatico? A me sì, e quando capita piuttosto che seguire ciò che mi ha consigliato- anche se valido- cerco di fare tutt’altro.

Bene! Spero di avervi convinto che solo gli uguali si attraggono e solo tra due persone focalizzate sulle reciproche uguaglianze si ottiene quella sintonia che gli permetterà di comunicare efficacemente tra loro.

L’obiettivo di questo articolo è far risparmiare tempo, energie e fegato a coloro che sono convinti che “detto quel che hanno da dire” hanno fatto il massimo per farsi capire.
Nossignori! Quando avete qualcosa da dire di sicuro volete che –almeno- vi si ascolti; e se non vi preoccupate di entrare prima in sintonia non otterrete nemmeno quello.

martedì 30 marzo 2010

Allenatore Generico o Specialista ?

Se la pensate come me, siete sicuramente persone che si rivolgono agli specialisti quando devono curare una parte dolorante del proprio corpo.
Prendiamo l’esempio delle emicranie. A chi vi rivolgereste per curare il vostro mal di testa? Preferite rivolgervi a un medico generico o a un neurologo specialista delle emicranie?
Non ho dubbi sulla risposta…ne sull’attinenza con l’argomento che desidero trattare.

Sappiamo tutti che i migliori, in ogni settore, sono coloro che si specializzano solo in un ramo di quel settore. Questo vale anche per i molteplici settori che compongono una disciplina sportiva come il Calcio; e nello specifico riguarda anche tutti i settori racchiusi nel difficile ruolo di un allenatore.
Ma il ruolo specifico di un allenatore, oggi, qual’è?
Ricordo che ai miei tempi l’allenatore si doveva occupare, oltre che di allenare tutta la squadra ( portieri compresi), delle fasciature per le caviglie, dei massaggi e perfino dell’alimentazione: “Sabato sera, mangiate una bistecca!”, ci diceva.
Ma erano altri tempi, e grazie ai progressi che sono avvenuti nelle società sportive, e nelle tecniche di allenamento, sono stati possibili i miglioramenti che tutti possiamo constatare.
“Grazie al cielo!”, aggiungo…perché con lo stesso metodo di ieri, oggi, non si vincerebbe più neppure un torneo dei bar.
Oggi, oltre al Mister, in una squadra professionista c’è un preparatore per portieri, un fisioterapista, un massaggiatore e, quando la società se lo può permettere, anche un nutrizionista .

Dunque, qual’è il ruolo di un allenatore oggi ?
Quest’estate, Mimmo Di Carlo (allenatore del Chievo Verona) mi ha spiegato alcune cose sugli impegni di un allenatore all’interno di un Club; che riassumo così: relazionare con i dirigenti della società, allenare tecnicamente i giocatori, preparare tatticamente gli incontri, comunicare con la stampa e, perfino, curare il rapporto con i tifosi.

E l’aspetto mentale della squadra? Gli chiedo. “ Già, anche quello!”, Risponde.
“Praticamente”, dice Mimmo, “bisogna interpretare al meglio diversi ruoli e per ognuno di questi bisognerebbe essere grandi esperti”.

Se sommiamo tutti questi compiti possiamo farci un’idea ben chiara di che mole di lavoro si sta parlando; e possiamo considerare quante capacità vengono richieste ad un allenatore oggi.

Ma la mia domanda è: Come può una sola persona essere uno specialista in tecnica, tattica, fisica, mente…e in tutti gli aspetti che si considerano inclusi nel ruolo di un allenatore?

Credo sia logico pensare che, più uno è specializzato in qualcosa e meno ne conosce altre.
Conosco un ristoratore, ad esempio, che non sa cucinare; e nemmeno- giustamente- vuol dedicare il suo tempo ad impararlo… proprio per non sottrarre tempo agli studi sulle “strategie di ristorazione”, che lo appassionano e lo rendono il più bravo nel suo settore.

Dunque - secondo voi - che probabilità ci sono che la massima abilità di un tecnico, la massima abilità di un preparatore fisico, e la massima abilità di uno mental trainer siano racchiuse tutte in un’unica persona? Nessuna!.

Infatti, quello che si può pretendere da un allenatore che si deve occupare contemporaneamente di tutte queste cose è una mediocre conoscenza di ognuna delle parti che compongono l’intera disciplina sportiva…ma non di più; dato che, come abbiamo capito, è impossibile eccellere in tutto.
Anche se il più delle volte la pretesa và ben oltre!

Dico questo in difesa di tutti gli allenatori che molto spesso vengono “rimproverati” e talvolta esonerati con l’accusa di non saper gestire l’aspetto mentale della squadra, come – ad esempio- tenere alta la concentrazione dei giocatori .

Chi sa come si può mantenere alta la concentrazione dei giocatori sa anche che non si può pretendere questa abilità - che si acquisisce in una vita di studi e pratiche - a uno che la propria vita l’ha dedicata ad apprendere tecnica e tattica di gioco. Sarebbe come pretendere un intervento al cervello ad un chirurgo estetico e poi esonerarlo (radiarlo) perché non lo sa fare.

Un ottimo allenatore è tale perché ha dedicato la vita all’apprendimento della tecnica e della tattica di gioco, e spesso gli ci vuole altrettanto per imparare a trasmetterla ai propri giocatori…dunque è logico ritenere fuori luogo la pretesa di “competenze ai massimi livelli”, anche negli altri settori.

Ritenere “incapace” chi non si è mai dichiarato specializzato in un settore… è giusto! Ma non è giusto pretendergli cose che non ha “oggettivamente” avuto la possibilità di approfondire. Soprattutto se si parla di settori complessi quanto quelli della mente umana.

Capita l’opposto a me. Spesso mi viene chiesto se conosco strategie di gioco e tecniche di allenamento…No! Non le conosco e non potrò mai conoscerle, come le conosce un allenatore, finché dedico tutto il mio tempo allo studio delle potenzialità della mente. E perciò avrò sempre bisogno di affiancare il mio lavoro a quello di chi conosce benissimo tecnica e tattiche… per ottenere il meglio dalla prestazione dei giocatori.

In quanto sportivi siamo tutti alla ricerca del massimo delle prestazioni e per ottenere il massimo bisogna semplicemente suddividere la disciplina sportiva nei settori che la compongono e affidare ogni sezione alla cura dei migliori esperti di quella sezione.
Solo così si può ottenere di più!
Costa anche molto meno del prezzo attuale delle sconfitte.

lunedì 15 marzo 2010

Cosa chiedere ad un mental trainer?

Ciò che molto spesso “ frena” le persone dal rivolgersi ad un mental trainer è il voler mantenere la riservatezza sui “fatti propri”… per un’infinità di buone ragioni.

“OTTIMO!”, dico io, quando qualcuno si presenta e mi fa capire di avere il timore di dover raccontare “troppe cose”: “…così risparmiamo un sacco di tempo e soprattutto si evita di rivivere inutilmente le esperienze negative già trascorse.
Ritengo che se c’è qualcosa che fa star male, le volte che per questo si è sofferto sono più che sufficienti! Non serve a niente riviverle.
Quindi:” dedichiamoci subito a ciò che vuoi ottenere!”, dico.

Questo tipo di approccio, di solito lascia le persone perplesse; soprattutto perché tutti ritengono logico e indispensabile dover - per forza - risalire all’origine di un problema per poterlo risolvere. Non è così! Non è affatto necessario risalire alle origini del male per poterlo curare.
Dedicare tempo a scoprire le cause di un disagio non fornisce nessuna informazione utile, allo scopo di migliorare la propria, condizione.
Sembra strano vero?

Pensateci un’attimo: quando si fora la gomma di un auto, capire nel dettaglio il perché si sia forata non fornisce mai alcuna indicazione utile su come la si possa riparare.
E non vi risparmia di certo dal rivolgervi al gommista.
Dunque, quando succede, è più importante sapere come si può riparare o come raggiungere il gommista più vicino piuttosto che capire il perché si sia forata.

In conversazione con un mental trainer, non è affatto rilevante raccontare la causa della propria difficoltà ( troppo spesso ipotetica e inconscia ). Noi, non ci occupiamo del perchè c’è una difficoltà…; ci occupiamo del come si supera quella stessa difficoltà.E cominciamo sempre da lì.

Infatti, la novità, nell’ ambito del coaching, in cui vengono applicati i principi della Programmazione Neuro Linguistica, è che per ottenere i risultati non è affatto necessario entrare in merito ai contenuti dell’esperienza vissuta. La PNL ci insegna ad occuparci della struttura dell’esperienza… che è quella che contiene gli elementi utili alla soluzione.

Mi rendo conto della complessità di questi concetti, ma ritengo necessario parlarne in questo articolo proprio per “sradicare” le convinzioni più comuni; quelle che solitamente creano resistenze e sollevano le più comuni obiezioni. Obiezioni che impegnano energie, costano denaro e ritardano l’incontro con la soluzione.

Ritengo sia utile, per tutti, sapere che la prima cosa che noi mental trainer chiediamo è: “che cosa vuoi ottenere?”. Perché è per noi indispensabile sapere dove si vuole arrivare; per consentirci di organizzare le risorse di quella persona, alla volta del raggiungimento del suo stesso obiettivo.
Capita spesso che, fatta la domanda, si ottengono risposte del tipo: “ non voglio che mi succeda più questa cosa…”. E in questi casi siamo costretti a rifare la domanda e trasformarla in: OK! E che cosa vuoi ti succeda?

La differenza tra una risposta inutile e una utile sta proprio nella chiarezza del proprio obiettivo. È più preciso e concreto dire “ voglio giocare nella Roma”, piuttosto che dire “ non voglio più giocare qui”.
Con chi dice “voglio giocare nella Roma” possiamo iniziare subito a cercare, tra le sue risorse, le qualità che gli consentiranno di raggiungere l’obiettivo; con l’altro dovremo prima capire verso quale obiettivo indirizzare le risorse che ha, prima di poterlo aiutare ad ottenere ciò che veramente vuole.

La nostra presunzione è che siamo in grado di mostrare le soluzioni e riusciamo ad accompagnare le persone verso l’obiettivo che desiderano raggiungere. Ma per prima cosa dobbiamo stabilire, con loro, qual è l’obiettivo da ottenere.

Sembrerà strano ma la stragrande maggioranza delle persone che viene da noi e dichiara di avere un problema, non si è ancora fatta una chiara idea di cosa vorrebbero al posto di quel problema.
Non avere il problema ?… non è un obiettivo ben formulato; e non stimola il cervello alla ricerca delle risposte che solitamente vengono prodotte quando si ha una chiara visione della destinazione da raggiungere.

Bene! Ora, sappiamo che il primo passo da fare, per ottenere qualunque cosa, è capire quello che si vuole…formulando bene l’obiettivo. Per dirlo tecnicamente, si tratta di “formulare l’obiettivo in positivo”e ciò significa: chiarire che cosa si vuole, piuttosto che esprimersi per ciò che non si vuole.

Senza un obiettivo espresso in positivo non si ottiene nulla proprio perché non si sta cercando nulla.

lunedì 1 marzo 2010

Migliorare la visualizzazione

Un centravanti ed un portiere devono avere una caratteristica in comune: Una buona capacità di visualizzazione.
Entrambi, infatti giocano per quasi tutto il tempo con le spalle voltate al loro obiettivo. L’obiettivo di un centravanti è centrare la porta che sta alle sue spalle…mentre sta ricevendo un lancio; l’obiettivo di un portiere è coprire la propria porta, che sta alle sue spalle mentre l’avversario avanza o tira. Entrambi dunque devono riuscire a vedere la porta alle loro spalle con gli occhi della mente ( visualizzazione) in modo che, riferendosi con ciò che vedono, possano coordinare il proprio fisico ad un’appropriata azione.

Spesso le ottime capacità di un portiere e di un centravanti vengono vanificate proprio da un’inappropriata visualizzazione. Prendiamo per esempio le volte in cui l’attaccante riceve un lancio al limite dell’area: lo sguardo –dopo una rapidissima perlustrazione – si fissa sulla traiettoria della palla che sopraggiunge. L’attaccante dovrà, mentre la palla arriva, immaginare la posizione del difensore e i suoi spostamenti. Tutto quello che l’attaccante immagina avvenire alle sue spalle non si può dire “reale” perché il difensore potrebbe trovarsi ancora molto lontano, oppure essere già arrivato lì ma, nonostante l’immaginaria visione, quel che conta è se ciò che l’attaccante pensa è utile o no ad attingere alla sua abilità di girarsi e tirare.

Io, quando giocavo, avevo il problema di sentirmi sempre il “fiato sul collo” e benché talvolta avessi tutto il tempo e lo spazio per scegliere l’esecuzione migliore, mi ritrovavo sempre a fare tutto di fretta e sbagliare un gran numero di palloni.
Quello di cui avevo bisogno era proprio un modo per immaginare che tra me e il difensore ci fosse sempre abbastanza spazio per eseguire al meglio quello che sapevo fare. Oggi so che se quello che avviene alle mie spalle non è “ reale” allora posso immaginarlo come meglio mi conviene per agire e ridurre al minimo la possibilità di sbagliare.

Attenzione! Non sto dicendo che più spazio si immagina meglio si agisce. Sto dicendo che per me sarebbe stato meglio immaginare quello. Ciò significa che per qualcun altro ( prendi quelli che non la passano mai o che se la lasciano spesso “soffiare” dai piedi) potrebbe esser meglio immaginarsi più “pressati”.
L’obiettivo e sempre quello di ridurre al minimo gli errori che si commettono con il vecchio atteggiamento e per questo è necessario testare quale visualizzazione produce la resa desiderata.
Siamo soggettivi, ed ognuno ha bisogno del suo schema per rendere al massimo…non quello di un altro.

Il problema di un mio amico portiere era che lui, talvolta, si sentiva “piccolo tra i pali”; e questa sensazione produceva in lui uno spreco di energie nello slancio. Spesso raccoglieva palle che sarebbero finite fuori e talvolta non reagiva affatto convinto di non poter arrivare fin là dove la palla si sarebbe insaccata. Nel suo caso immaginarsi più grande avrebbe prodotto risultati migliori.

Ma come può uno che si immagina piccolo, immaginarsi più grande?
Provate a farlo da soli: chiudete gli occhi e createvi per un momento l’immagine di voi alti il doppio della porta nella stanza in cui vi trovate ora. Non mi meraviglierei se tenendo gli occhi chiusi – con qualcuno che vi accompagna per mano - vi venisse da abbassare la testa per passarci sotto.
Quando gli occhi non vedono, quello che si vede è prodotto dalla mente e ciò che la mente vede può essere modificato a piacimento.

Ora è lecita questa domanda: “ Ma come si cambia dall’una all’altra modalità nei momenti critici?
Beh! Per questo serve il nostro intervento. Perché è necessario capire, nella persona che vuol cambiare, come è riuscita a produrre la sensazione di “ essere piccola”; in modo da potergli convertire quella sensazione con quella di “ essere grande”.
Sono pratiche che consentono di ottimizzare e sviluppare le proprie risorse; e dato che il nostro corpo è coordinato dalla mente, solo se la mente invia un messaggio di maggiore possibilità…il corpo farà più di quello che si pensava potesse fare.

lunedì 22 febbraio 2010

Motivare un giocatore

Ti sarà di certo capitato di voler motivare qualcuno, e se, ripensandoci, riesci a ricordarti che cosa gli hai detto e come glielo hai detto, ora hai la possibilità di scoprire qual è il “tuo” modo di motivarti.

Infatti, quello che riscontro maggiormente in chi incita all’azione qualcun’altro è che questo lo fa usando il proprio schema di motivazione, ignorando completamente quale sia quello della persona che vuole motivare.
Non siamo tutti uguali, anzi: siamo tutti dannatamente unici. E questo significa che anche nel motivarci usiamo un processo tutto nostro, senza il quale non andremo da nessuna parte.
Ma come si fa a sapere come si motiva qualcuno come – ad esempio – Del Piero?

Noi Mental Trainer facciamo una cosa molto semplice…glielo chiediamo a lui!
Esattamente!
Basta chiedergli: “Alex, ti ricordi una volta in cui ti sei sentito davvero motivato ?”
Chi, almeno una volta nella vita, non ha avuto un’esperienza del genere e se la ricorda!
Ed ecco che puntualmente arriva una risposta sotto forma di racconto: “ Siii! Mi ricordo un giorno che…bla bla bla.

Ed è da questo punto in poi, quando sta per darci la risposta, che noi mental trainer facciamo qualcosa di straordinariamente raro negli uomini: ASCOLTIAMO tutta la risposta !
Gia! Perché all’interno della risposta ci sono tutti gli elementi della sua formula di motivazione. Proprio quelli di cui abbiamo bisogno noi –in seguito - per motivarlo.
Vi sembra troppo semplice?…e lo è, almeno fino a qui !

Ma se controlliamo quello che avviene nella stragrande maggioranza dei casi in cui una persona tenta di motivare un’altro, ecco che riscontriamo l’assenza di una domanda diretta e soprattutto assenza di ascolto delle risposte.
Non bisogna essere mental trainer per fare le domande giuste ed ascoltare le risposte. Molte persone lo fanno già spontaneamente. E gli altri possono sempre imparare a farlo.
Io personalmente non lo facevo fino a che non ho capito l’importanza di parlare alla gente come la gente vuole che io gli parli; ottenendo così - molto prima - la loro comprensione.
Ho anche capito che quando parlo desidero sempre che chi ho davanti mi ascolti e soprattutto capisca ciò che dico. E voi?

Prima volevo – per forza – parlargli come mi veniva, per poi, il più delle volte, considerare la persona “cocciuta” se non mi capiva. Così, volevo ascolto e non lo avevo volevo essere capito e non lo ottenevo
Perciò, ho imparato a fare domande mirate e ascoltare le risposte.

Purtroppo, però, non è tutto qui! E qui viene il difficile.
Quello che riusciamo anche a fare durante l’ascolto della risposta è “estrapolare” l’esperienza motivazionale… per poi riproporla fedelmente nel contesto in cui la persona dovrà essere motivata.
Per fare un esempio, una delle cose a cui stiamo molto attenti è se la persona si motiva per raggiungere un premio,( tecnicamente la consideriamo orientata “ verso”) oppure se si motiva per evitare possibili conseguenze ( tecnicamente la consideriamo orientata “ via da” ).

Un classico esempio è il terzino che fa gli allenamenti perché vuole migliorare, mentre il centravanti li fa per non perdere il posto in squadra. Sarebbe inutile e poco motivante promettere al terzino la garanzia del posto in squadra, come dire al centravanti che allenandosi migliorerebbe ancora.

Perciò, basta chiedere, ascoltare e dopo aver capito come una persona vuole essere incoraggiata… incoraggiarla esattamente in quel modo.

venerdì 12 febbraio 2010

Mentalmente Forte.

Tutti vorrebbero essere “mentalmente forti” anche se, molto spesso, piuttosto che chiedersi cosa si può fare per ottenere questo stato, la risposta che ci si dà è: ”…ma tanto, per questo, non c’è niente da fare”.

E siccome siamo umani, e come tali agiamo solo all’indirizzo dei nostri pensieri, ecco che se ci siamo dati una risposta del genere (… tanto non c’è niente da fare ) puntualmente accade che non facciamo niente per trovare ed ottenere quello che serve… e che è, invece, a nostra disposizione.

Questo concetto è molto semplice e addirittura scontato: “Quando si pensa che qualcosa deve pur esserci per risolvere un problema, allora si è mentalmente in grado di “vedere” ciò che serve per risolverlo. Ma se invece si pensa che non ci sia nulla da fare, allora si vedrà solo l’inutilità degli sforzi, e ci si lascerà scappare sotto il naso le opportunità che esistono per risolverlo”.

E’ il primo “modo di pensare” quello caratteristico di chi non si arrende di fronte alle avversità; e lo si riscontra – sempre - in quelle persone che vengono considerate “dotate di una mentalità vincente”.

Ma un mito ormai sfatato è che la mentalità vincente sia qualcosa di esclusivo ed innato. Nient’affatto! La mentalità vincente è qualcosa di acquisito (talvolta inconsciamente ) e tutti posso crearsela.
Ed è proprio a partire da questa conoscenza che, con i mezzi di cui dispone un mental trainer, a tutti è consentito di cambiare il proprio modo di pensare.

Capisco! sono argomenti un po’generici e talvolta appaiono scontati. Bene! Ciò significa che sono ben comprensibili. Infatti credo che sia meglio evitare tecnicismi…noiosi e inutili.

Come ho già accennato nell’articolo precedente, tutti gli sportivi possono imparare a controllare i propri stati emotivi, e organizzarsi per attingere a quelli più utili alla circostanza.
Dunque, si può decidere di essere “scarichi” di tensione negli spogliatoi ed essere “gasati” in campo… piuttosto che il contrario. Questi sono due esempi di stati emotivi presenti in ognuno di noi, utili se solo si presenteranno nelle giuste circostanze.

In pratica, una delle cose che insegniamo agli sportivi è la tecnica per riuscire a controllare e organizzare il proprio dialogo interiore, affinché questo gli consenta sempre di “accedere” agli stati emotivi potenzianti… che poi sono le risorse di cui tutti noi disponiamo.
Dunque, un semplice accorgimento per diventare “mentalmente forte” è quello di riorganizzare i contenuti del proprio dialogo interiore, affinché venga sempre consentito l’accesso al 100% delle proprie potenzialità.

Ci sono sempre più modi per dirsi la stessa cosa e saper scegliere il modo che stimola l’accesso alle risorse fa la differenza tra chi ottiene ciò che vuole e chi, invece, rinuncia.